Nonostante la freschezza delle sue opere, la pittura di Jannika Frangen (Bad Friedrichshall, Germania, 1994) è frutto di un processo laborioso, cui contribuisce la scelta di mezzi espressivi e tecniche antiche, che richiedono
lunghi tempi d’esecuzione, come la tempera all’uovo, utilizzata per realizzare i dodici dipinti presenti in questa mostra. L’artista tedesca ama preparare personalmente i propri colori, miscelando pigmenti naturali e artificiali
all’uovo e all’acqua.
Alla meticolosità del procedimento tecnico fa da contrappunto la semplificazione formale,
con esiti di essenzialità che prendono spunto dalla pittura antica così come dal mondo naturale. Il risultatoè una pittura luminosa, meditata, che alterna una gamma raffinata di ocre e pastelli a tinte decisamente acide, ma
dalla superficie preziosa, vellutata, cangiante. L’approccio compositivo è sempre particolarmente originale: che si tratti di immagini di ambienti interni, di vedute urbane, di scenari naturali o di ritratti, la sua pittura abbonda di invenzioni coraggiose e non convenzionali, nelle quali l’architettura e l’illusione prospettica giocano un ruolo fondamentale.
Architettura, natura e figura umana: è sotto questa triade che si sviluppa la ricerca di Jannika Frangen.
Lo vediamo nell’imponente trittico Gardens of Babylon, dove due figure femminili sono poste a confronto con
una vegetazione lussureggiante, incorniciata da forme architettoniche che la esaltano e ne costituiscono il rassicurante confine. L’opera è nata dopo un viaggio dell’artista in Marocco, a contatto con gli intarsi e gli elementi
decorativi ornamentali, dalle forme vegetali e geometriche, che caratterizzano non solo le ceramiche e i tappeti,
ma anche i palazzi e i giardini. Non si tratta qui di una matissiana fascinazione per l’esotico: “Durante il mio soggiorno
ho potuto riflettere sul rapporto tra arte e natura. Gli elementi ornamentali dello stile moresco derivano
dalla natura e nella loro infinita varietà sono espressione della sua maestosa, esuberante ricchezza. In questo
contesto l’uomo non occupa la posizione centrale, come in Germania. Perciò al centro del mio trittico non c’è la figura umana”, spiega l’artista tedesca, che ha ambientato la sua “fantasia babilonese” nella serra dei giardini
botanici della Wilhelmina, a Stoccarda. “L’idea della serra è in qualche modo un’astrazione, la creazione di un
paradiso artificiale che vorrebbe essere Natura”.
La ricerca di una nuova armonia tra uomo e natura ha ispirato lavori come Verstecken (in italiano, Nascondino)
o Study of a fig tree, dove fronde e fogliame custodiscono incontri amorosi e i fremiti del desiderio.
In particolare, Verstecken è ispirato al ricordo di un gita autunnale in un labirinto di mais, “di quelli che caratterizzano
le campagne tedesche”, racconta l’artista, che ritrae una figura femminile che si fa strada tra il giallo della vegetazione e delle pannocchie: “È eccitante perdersi e ritrovare la strada nei sentieri che si creano nell’intrico
delle piante di granoturco”. Nel campeggio raffigurato in Festival, invece, la relazione con la natura è problematica:
l’immersione nel paesaggio lacustre è filtrata attraverso il telefono cellulare che impugnano i ragazzi e che
interferisce anche nei loro rispettivi rapporti: qui la comunicazione tra individui è sostituita dalla “connessione”.
Quella di Frangen è dunque anche e soprattutto una pittura di relazioni e rapporti: quelli tra i giovani della
movida madrilena, come vediamo nel dipinto Madrid. Quelli tra madre e figlia, solidi come le figure di plastica
sintetica ritratte in LSF 50. O quelli tra oggetti, come nel dipinto Drei Besen, dove la quotidianità si tinge di
mistero nel dialogo silenzioso tra tre vecchie scope di saggina.
“In alcuni lavori”, spiega Jannika, “dipingo luoghi che conosco molto bene e che collego a una certa sensazione
e dunque nel quadro si parla della sensazione del luogo”.
La strada e le luci della città ispirano diverse tele: figure inquiete si sfiorano frettolose sul marciapiedi di strade
anonime (Untitled), il traffico delle auto accompagna (o inibisce?) il ritorno a casa (Heimweg), la luce verde
fosforescente di un telefonino rischiara l’abitacolo di un’auto che corre su un’autostrada (Autobahn). Narrazioni
visive di un presente colto con sensibilità e immediatezza.
Infine, i ritratti: il più onirico, enigmatico è Coolnaharragill Upper (il titolo è ispirato a una località nella celebre
contea del Kerry, nella penisola di Iveragh, in Irlanda), dedicato a un luogo ipotetico, suggestivo, non caratterizzato:
siamo in un interno dove, accanto a una finestra buia, vagamente minacciosa, parzialmente coperta da
tende, appare sulla destra il volto elfico, misterioso, di una ragazza bionda.
Die Zigarettendreherin (Ragazza che rolla una sigaretta) è invece una rivisitazione di un celebre dipinto di
Vermeer, La merlettaia (1669-1670). In questo caso, la ragazza ha una posa e una pettinatura simili a quelle
della merlettaia di Vermeer, ma la situazione è assai diversa: invece di una fanciulla mite, che si lascia osservare
mentre è intenta nell’attività del ricamo, la ragazza di Jannika risponde con uno sguardo infastidito, di sfida,
agli occhi di chi la osserva nell’atto di prepararsi una sigaretta.
Attraverso una preziosa selezione di dipinti tecnicamente impeccabili e formalmente seducenti, questa mostra
ci permette di esplorare l’universo immaginifico di Jannika Frangen, fatto di stratificazioni di memorie
individuali e collettive, di esperienze vissute o immaginate, di riflessioni sulle problematiche della società che
ci circonda e di citazioni dalla storia dell’arte: dai Nabis a Vermeer, dagli Impressionisti a Giulio Romano.
La coerenza e la complessità di una ricerca che si sviluppa costantemente in termini di forme e tecniche
restituisce allo stesso tempo una visione dinamica della vita contemporanea, ricca di vivacità e di freschezza.
Licia Spagnesi
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